La nostra storia   Storia del tartufo

L’origine della parola tartufo fu per molto tempo dibattuta dai linguisti, che dopo secoli d’incertezze giunsero alla conclusione, ritenuta probabile ma non definitiva, che tartufo derivasse da territùfru, volgarizzazione del tardo latino terrae tufer (escrescenza della terra), dove tufer sarebbe usato al posto di tuber. Recentemente, lo storico Giordano Berti ha dimostrato in modo convincente che il termine tartufo deriva da terra tufide tubera. Il termine tartufo nasce quindi, secondo Berti, dalla somiglianza che nel Medioevo si ravvisava tra questo fungo ipogeo e il tufo, pietra porosa tipica dell’Italia centrale. Il termine tartufo cominciò a diffondersi in Italia nel Seicento, ma nel frattempo la dizione volgare era già emigrata in altri paesi d’Europa assumendo varie dizioni: truffe in Francia, Trüffel in Germania, truffle in Inghilterra.

 

Nell’ immaginario collettivo la parola tartufo richiama alla mente una formazione tuberoide carnosa, di aspetto marmorizzato, di odore stuzzicante, di gusto squisito, associata a quella di un pranzo ottimo annaffiato da vini prelibati e generosi; per i naturalisti invece non indica altro che l'apparato di fruttificazione dei funghi adattatisi alla vita sotterranea.
Sin dai tempi antichi i tartufi hanno interessato filosofi e scienziati, accendendo dispute ed ipotesi alle quali non si sono sottratti neppure pensatori di nota austerità, fra cui il Savonarola.  
Quasi duemila anni prima, il filosofo greco Teofrasto (370-287 a.C.) aveva aperto la discussione sostenendo che i tartufi fossero dei vegetali senza radici, originatisi durante le piogge autunnali accompagnate da tuoni. I romani ne furono ghiottissimi e i poeti latini Apicio e Giovenale ne cantarono gli elogi e ne dettarono le regole di cucina. In epoca rinascimentale fu il principe della cucina nelle raffinate corti signorili. In un documento del barone A. Ancaiani (1761) sul «Commercio attivo e passivo della città di Spoleto» si descrivono quantitativi di tartufi inviati nelle città di Firenze e Venezia dove erano molto ricercati. Rossini lo definì il Mozart della cucina e si narra che Napoleone ne facesse abbondante uso per assicurarsi un successore. Per quanto concerne invece la sua origine e la sua costituzione botanica, continuarono a persistere le più strane interpretazioni fino a metà del 1800. Il celebre naturalista Plinio il Vecchio li considerava callosità della terra e miracolo della natura.
Soltanto dopo la metà dei 1800 si cominciò ad accettare completamente l'idea che i tartufi fossero organismi autonomi, o meglio dei funghi.In quel periodo il primato nella conservazione dei tartufi in Italia spetta a Cirio che spedisce tartufi piemontesi conservati in scatola persino in Russia. Il conte Lattanzio Lattanzi di Fossombrone, i fratelli Mazzoneschi di Spoleto ed il municipio di Bagnoli Irpino sono i monopolisti del tartufo (a livello industriale) e ne esposero bellissimi esemplari a Milano nel 1881.

 La nostra Umbria possiede una ricca flora ipogea e detiene da secoli il primato nazionale della produzione dei tartufi, in special modo per quanto riguarda il tartufo nero pregiato (Tuber melanosporum Vitt.) particolarmente diffuso nelle zone di Spoleto e Norcia. Il frutto ha dimensioni variabili, dalla grandezza di una noce a quella di una arancia ed è molto apprezzato per l'intensità del profumo e la ricchezza del sapore. Si raccoglie dai primi di dicembre alla metà di marzo. Secondaria risulta invece, in queste stesse zone, la produzione del tartufo bianco (Tuber magnatum Pico) che si rinviene in alcune valli dello Spoletino, mentre notevole è la produzione dello scorzone estivo (Tuber aestìvum Vitt.) e del tartufo uncinato (Tuber uncinatum Château), che presentano anch'essi un buon profumo ed esaltano alcuni piatti della cucina locale.

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