Storia del Diamante
Gastronomico
Il tartufo nasce e
cresce in prossimità delle radici degli alberi, in particolare ama il
pioppo, il tiglio, la quercia e il salice. L’autunno è il periodo del
tartufo bianco (il più caro); da dicembre a marzo del tartufo nero pregiato;
dalla fine dell’inverno e per tutta la primavera si può trovare il
cosiddetto bianchetto o marzuolo, e durante l’estate lo scorzone. In cucina:
il bianco dal profumo intenso esalta le sue qualità direttamente a crudo
sulle pietanza pronte, quello nero invece sprigiona il suo sapore se cotto
con gli ingredienti della ricetta.
Tremila anni fa
IL tartufo ha origini molto
antiche , già tremila anni prima di cristo, i Babilonesi furono attratti da
questo “misterioso”dono della natura. Si trattava presumibilmente, del tipo
Tarfezia Leonis, che ancor oggi è possibile trovare in quelle terre sabbiose
e che allora doveva essere molto diffuso in tutti gli arenili dell’Asia
Minore.
I Greci
Alcuni storici fanno risalire la
prima menzione del tartufo come alimento ai tempi di Giacobbe, circa
milleseicento anni prima di Cristo. Sicuro è l’uso dei tartufi nella cucina
pregiata dei greci: gli ateniesi onoravano i figli di Keripe per il solo
fatto chr il loro padre avesse inventato nuove ricette a base di tartufi.
Altre notizie interessanti provengono da un certo Teofrasto che, nella sua
Historia plantarum, dice come questo prezioso prodotto della tavola fosse
chiamato in generale ydnon, mentre in Pirenaica e in Tracia aveva nomi
particolari, ossia misy e iton. L’origine del tartufo era attribuita al
combinarsi delle piogge autunnali con il tuono.
Il tartufo era
conosciuto dai tempi più antichi. La sua origine, nel passato fu attribuita
a diverse cause: dalla decomposizione organica al calore, dal fango per
germinazione spontanea all’impatto del fulmine con il suolo. Qualcuno
pensava fosse un organo riproduttivo degli insetti e altri lo riportarono,
addirittura, al regno minerale. L’esistenza del tartufo è nota da sempre, ma
fu solo a partire dal XVI secolo che venne riconosciuto come fungo.
In tutta l’antichità, la
particolarità di questo fungo ipogeo, classificato oggi come appartenente
alla classe degli Ascomiceti, ordine Tuberales, genere Tuber, che vive sotto
terra senza apparenti radici, lo rese ancora più desiderabile e moltiplicò
le leggende sulle sue origini e qualità divine. Il suo prezzo era già allora
elevatissimo e la sua presenza sulla tavola era indice di nobiltà e potenza
di coloro che l’offrivano. Si era certi del suo potere afrodisiaco e infatti
era stato dedicato dai pagani a Venere. Tale convinzione è durata per molti
secoli ed è stata avallata da celebri pensatori e studiosi, quali Pitagora e
Galeno, che addirittura dice: <<….il tartufo è molto nutriente e può
disporre della voluttà…>>.
Anche autori moderni hanno
sostenuto tale tesi. Prunier di Longchamps, per esempio, disse che il
tartufo è un eccitante a causa dei sali alcalini volatili che contiene. Con
l’avvento delle analisi di laboratorio, si è potuto determinare che il
tartufo ha qualità comuni a molti altri cibi che si consumano normalmente.
I Romani
Anche i Romani ne furono ghiotti consumatori e probabilmente conobbero
soltanto i tartufi della Libia, come testimoniano le parole di Plinio il
Vecchio che nella Naturalis Historia, dice: <<… Massimo miracolo è la
nascita e la vita di questo tubero che cresce isolato e circondato di sola
terra, la secca, sabbiosa e fruttifera terra della lodatissima Africa..>>.
Le prime ricette che parlano del tartufo risalgono ad Apicio, famoso cuoco
di Traiano, che, nel suo de re culinaria, ne canta le lodi, ricordando come
Nerone l’avesse definito “cibo degli dei “ . Una di quelle ricette recita:
<<affettare i tartufi e condirli con coriandolo, ligustico, ruta, salsa d’Apicio,
olio e pepe>>.
Il Medioevo e il Rinascimento
Il tartufo rimase sempre un cibo altamente apprezzato, soprattutto nelle
mense di nobili ed alti prelati. Per alcuni "scienziati" dell'epoca, il suo
aroma era una sorta di "quinta essenza" che provocava sull'essere umano un
effetto estatico.
Nel 1564 Alfonso Ceccarelli scrisse un libro sul
tartufo, l' Opusculus de tuberis
A proposito di Apicio, secondo
alcuni storici, non il cuoco di Traiano ma quello di Tiberio era noto con il
nome di Apicio, benché il suo vero nome fosse Marco Gavio, e lo stesso
avrebbe scritto un De re coquinaria in dieci libri. Il de re culinaria, da
cui è tratta la ricetta, sarebbe invece opera composta nel medio evo. Nel
medio evo, le conoscenze sul tartufo non progrediscono e le teorie più
diffuse sulle sue origini furono quelle già citate di Teofrasto e Plinio il
Vecchio, insieme a quelle di Dioscoride, che lo riteneva una “radice
tuberizzata”, di Cicerone, che lo definì “ figlio della terra” , e di
Plutarco, che ne spiegava l’origine ritenendola derivante dall’effetto
combinato di acqua, terra, calore e folgore.
La riscoperta del tartufo si ebbe
nell’evo moderno. Nel 1776, Bernardo Vigo scriveva in latino il poema Tuber
terrae in lode al tartufo. Il Mantegazza lo definì “ mistero poetico del
mondo gastronomico”.
Le tavole dei grandi raffinati
dell’epoca, da luigi XVIII a Napoleone I, a Papa Gregorio IV, diedero grande
all’impareggiabile fungo, al quale il naturalista polacco Michel Jean Compte
de Borch dedicò un libro, pubblicato a Milano nel 1780, intitolato Lettres
sur les truffles du Piemont, studio tutto dedicato al tartufo bianco del
Piemonte, descritto come il più profumato, aromatico e pregiato. Da lì
iniziò la contesa sulle differenti qualità del tartufo. Già prima, però, si
erano fatti passi avanti nello studio del tartufo. Infatti, già nel 1699,
l’inglese Ray ammetteva la presenza di quelle che attualmente sono definite
spore, e che egli chiamava semi, nella riproduzione dei funghi il suo
connazionale Tournefort dichiarava, a partire dall’anno successivo, la
possibilità che la stessa cosa avvenisse per il tartufo. Fu però Geoffrey
che nel 1711 mise in risalto come la polpa del tartufo contenesse
un’infinita di puntini scuri (le spore), microscopici e racchiusi in aschi.
Egli notò pure che la quercia era l’albero presso il quale più facilmente il
tartufo si sviluppava.
Pochi anni dopo, nel 1729, Micheli
riprendendo gli studi del Geoffrey, definì esattamente il numero di spore
contenute negli aschi dei principali tipi di tartufo, riproducendone anche
il disegno. Ancora nell’ottocento, però, il tartufo era avvolto nel mistero,
tanto che nel 1827 Turpin, pur accettando l’idea delle spore, le considerava
piccolissimi tartufi già completi, che definiva trufinelle, ritenendo che il
tartufo fosse formato dall’unione di moltissime trufinelle.
Nello stesso anno il De Bornholz
suppose che il tartufo non potesse essere considerato né vegetale né
animale, ma doveva essere iscritto in una categoria intermedia. Nel 1857 il
Revel dichiarò che il tartufo era originato dalla puntura di una particolare
mosca sulle radici delle querce. In generale, in quegli anni, le principali
teorie sulle origini e sulla composizione del tartufo furono le seguenti:
1.
fenomeno dovuto all’essudazione della terra, dei rami e delle foglie
delle piante sotto le quali cresce;
2.
fenomeno da ricondurre alla fermentazione della terra, dovuta a
particolari condizioni geo-climatiche;
3.
conseguenza della produzione di galle, dovute alle punture di
particolari insetti;
4.
fenomeno generato da tubercoli emessi spontaneamente dalle radici
delle piante presso le quali cresce;
5.
origine parassitaria del tartufo, che si sviluppa a danno delle
piante presso le quali cresce.
Comunque lo si volesse considerare
dal punto di vista botanico, resta il fatto che anche nell’ottocento il
tartufo ebbe grande parte neo pranzi importanti , partecipando anche ad
avvelenamenti storici d’importanza capitale, come dimostra il menù del
pranzo servito alla conclusione del Congresso di Vienna nel 1815.
La data fondamentale nello studio
del tartufo è il 1831, anno della pubblicazione della Monografia
tuberacearum di Carlo Cittadini, opera in cui sono le basi dello studio
moderno del tartufo, prescindendo dalla terminologia e da alcune
imprecisioni rettificate in seguito. Cittadini descrive la maggior parte
delle specie di tartufo in maniera sistematica e fondata su criteri
scientifici, eliminando così la confusione esistente. A riconoscimento del
suo lavoro, il nome scientifico di moltissimi tartufi termina con il suo
nome, Tuber melanosporum Cittadini (tartufo nero pregiato) , tuber Borchii
Cittadini (tartufo bianchetto) e altri ancora.
Dopo il cittadini , il Tulasne,
nel 1862 , con l’opera Funghi Hypogaei, diede ulteriori notizie sul tartufo.
Importantissima fu la scoperta di un micelio sparso nel terreno dal quale si
sviluppa il corpo fruttifero del tartufo. Il Tulasne notò come il micelio
abbia il suo punto di attacco con il tartufo in una piccola depressione
della superficie esterna, dove convergono tutte le vene interne, oppure,
come nel caso del Tuber excavatum cittadini, in una cavità più ampia. Nel
1892, lo Chatin, raccogliendo il meglio degli studi precedenti, arriva a
dare una definizione botanica del tartufo, descritto come appartenente alla
famiglia delle tuberacee. Importanti furono anche i suoi studi sul rapporto
tartufo-albero, anche se non chiarì ancora la loro stretta interdipendenza.
La prima immagine a lui dedicata
sembrerebbe l'iconografia del Tacuinum Sanitatis, conservata alla biblioteca
Casanatese. L'opera illustra un paggio intento a raccogliere tartufi neri da
porre in un cesto, e le poche righe descrittive parlano di "terra tufulae",
responsabili di provocare il "morbum melanconicum". E’ il rinascimento
l’epoca del trionfo del tartufo, che ignorato dalla tradizione popolare
domina le mense aristocratiche con le ricette degli autori più prestigiosi.
Fu in questa epoca che sembra
Caterina de' Medici fece apprezzare alla corte di
Francia il tartufo bianco proveniente dall’Italia (nelle terre d’oltralpe
ancora oggi si può solo sperare di trovare il nero).
Nei primi anni del nostro secolo
si concentra lo studio sulla germinazione delle spore, tema assai
controverso. Buolanger ( 1903 – 1906), Sappa (1940), Ceruti (1965), Fontana
(1967 – 1979), Chevalier, Moussain e Conteaudier (1975), Filippello e
Marchisio (1980 – 1981) sono alcuni dei più insigni studiosi che hanno dato
il loro apporto allo studio del tartufo. Sono da ricordare anche gli
importanti centri di studio del tartufo presso la Stazione di Patologia
Vegetale di Clermont-Ferrant e il centro di ricerche INRA di Bordeaux, in
Francia, e il centro di Studio sulla Micologia del terreno del C.N.R. presso
l’orto botanico dell’università di Torino.